Il genere

Il femminismo ha proposto una forte incarnazione del soggetto e dunque della sua dimensione sessuata, e il conseguente scardinamento dell'identificazione del soggetto universale, sedicente neutro, con il maschile. Compito delle femministe è stato anche quello di cercare di definire una categoria che rendesse pensabile la differenza fra i generi. È durata molto a lungo, e per certi aspetti è ancora in corso, una polemica tra coloro che considerano la categoria "sesso" e coloro che preferiscono, invece, parlare di genere. Alcune autrici femministe contemporanee rifiutano la contrapposizione tra i due termini e soprattutto l'assunzione degli stessi come categorie distinte. La tendenza attuale è quella di considerare il corpo e la sessualità come istituzioni al contempo materiali e simboliche. Il concetto di genere è stato introdotto ufficialmente nel discorso scientifico da Gayle Rubin in The traffic in women nel 1975. Nella sua riflessione il "gender system" è l'insieme delle disposizioni (processi, comportamenti, rapporti, ecc.) sulla base delle quali ogni società trasforma il fatto biologico della differenza sessuale in prodotto dell'attività umana e organizza la divisione dei compiti spettanti ad ogni sesso. La storica Zemon Davis afferma che è necessario inventare una categoria nuova che permetta un'attenzione sistematica verso una dimensione prima trascurata della realtà ; non si tratta di aggiungere dei dati, ma di aprire una prospettiva diversa sul piano dei dati nel suo complesso. Suggerisce che se ci abituiamo a vedere che la realtà sociale è doppia, sessuata, che esprime e sottintende continuamente concezioni del maschile e del femminile, il nostro sguardo si arricchisce e si estende. L'attenzione al genere può dilatare lo spessore delle categorie chiave negli approcci disciplinari che parlavano fino a ieri di un solo sesso. La categoria "genere" non deriva tanto dalla presa d'atto neutrale dell'esistenza della realtà sessuata, ma dalla constatazione dello squilibrio ; con essa si intende dare la massima rilevanza a tutto ciò che non è riducibile al biologico nella relazione di disparità tra uomini e donne. In questo senso sostituirebbe il termine "sesso" assumendo su di sé la possibilità di indicare qualsiasi costruzione culturale o sociale relativa alla distinzione maschio/femmina, comprese quelle costruzioni che separano il corpo femminile da quello maschile. Joan Scott sostiene che il genere è il primo terreno sul quale il potere si manifesta, per cui nominando il genere si evoca immediatamente il potere. Il femminismo, in particolare il neofemminismo degli anni '70, è il soggetto politico che ha puntato il dito su questo squilibrio. La sociologa Piccone Stella propone una classificazione in quattro principali posizioni sulla differenza sessuale:

1) essenzialismo: c'è un forte riferimento alla base biologica e essa include sia la sessualità e sia la capacità delle donne di dare vita. Questo tipo di impostazione è stato ampiamente criticato in quanto tende a ribadire le qualità femminili, pur esaltandone le valenze positive. Inoltre affermando che tutte le donne hanno a disposizione lo stesso bagaglio di capacità e possibilità ne consegue che sono omogenee ; pertanto non permette alle differenze di esplicarsi. Si è parlato di queste posizioni come del femminismo dell'uniformità più che della differenza.

2) decostruzionismo: è un approccio che tenta di smontare, decostruire, appunto, l'unico processo responsabile della differenza di genere, ossia la costruzione storico-sociale. Se si tratta solo di una costruzione è possibile dimostrarne il suo carattere fittizio ; ma da questa visione viene escluso il corpo e l'esperienza che se ne ha. Quindi il rischio è che a sparire siano anche le differenze che le donne sperimentano nella loro vita. "Il decostruzionismo suona incoraggiante per le donne perché mostra che le categorie che le definiscono sono una finzione. Le scoraggia tuttavia dal cercare di fondarsi come soggetto autonomo, capace di elaborare sistemi di significato e pratiche, anche politiche, proprie, per quanto a validità limitata. Un soggetto autonomo si impiglierebbe in nuove definizioni, che rischierebbero di tramutarsi in nuove finzioni, e ne rimarrebbe catturato." Inoltre, suggeriscono altre interpretazioni, le differenze di genere che si articolano in rapporti di forza, non si decostruiscono semplicemente con un'operazione simbolica.

3) il pensiero della differenza sessuale, che parte da un'analisi filosofica e politica: si considera la nascita della filosofia occidentale come il momento in cui il pensiero maschile si è imposto come universale neutro. In questo modo alle donne è stato sottratto l'accesso a un simbolico che permettesse loro di autosignificarsi. E' necessario, dunque, secondo questa impostazione, partire dal riconoscimento di un'essenza femminile corporea e sessuale irriducibile. Se l'unica irriducibilità è quella reciproca tra i due sessi, poiché si tratta di esseri entrambi originari e pertanto ciascuno portatore di una propria visione del mondo a partire da sé, è però possibile indagare le differenze fra le donne. Il pensiero della differenza sessuale non cerca infatti di proporre un modello in cui comprendere tutte le qualità femminili, ma anzi, fa delle differenze fra le donne in centro della sua politica.

4) In realtà, ci dice sempre la Piccone Stella, il soggetto femminile si sta sempre più dirigendo verso differenze multiple. E' necessario pertanto un "concetto di genere preciso, ma mutevole, nel quale figura una presa dei vincoli del presente (e una consapevolezza del passato), ma che apre verso un futuro non predeterminato e in quanto tale passibile di profonde alterazioni. La teoria delle differenze locali o situate propone di tenere conto dei due orizzonti, socioculturale e biologico, allo stesso tempo; di intendere il corpo come un'esperienza, non come un'entità data. Propone un concetto di genere che tenga conto anche delle differenti maniere un cui ogni cultura plasma le differenze fisiche tra uomini e donne e gli assegna un significato ai fini della differenziazione sociale. E, come dicevamo, un concetto non statico, ma che tenga conto che : "la liberazione del sé, il confronto con gli ostacoli e i condizionamenti che il soggetto donna cerca di contrastare, non può non alterare nel suo procedere anche lo statuto del genere quali oggi si presenta e la relazione tra i due sessi al suo interno. In questa prospettiva nessuna delle divisioni che oggi contrappongono uomini e donne può darsi per scontata, immodificabile... Nella prospettiva che alla differenza assoluta se ne sostituiscano altre di nuovo tipo, differenze multiple, non binarie e frontali, in cui ingredienti culturali e biologici si mescolino in un nuovo impasto...La differenza diventa capacità di individuazione piuttosto che di opposizione : capacità di scelta."
Le capacità considerate indispensabili perché il soggetto donna possa prendere forma sono individuate fra quelle strategiche piuttosto che tra caratteristiche biologiche o simboliche ascritte al femminile, come la pratica riflessiva, l'esperienza, l'analisi della propria posizione nel mondo, ecc. Le critiche e le posizioni espresse dalle donne del sud del mondo, da un lato, e delle donne lesbiche, dall'altro, hanno reso evidente che nessuna élite ormai può pensare di formulare una teoria che sia valida per tutte le donne : affermando che tutte le formulazioni che hanno caratterizzato il femminismo rivelano una natura etnocentrica, propongono la necessità di categorie che permettano il dispiegamento e la valorizzazione di tutte le differenze. La Nicholson propone di "pensare alla donna come a una mappa di similarità e differenze che si intrecciano vicendevolmente. All'interno di questa mappa, il corpo non scompare , anzi, diventa una precisa variabile storica a cui vanno riconosciuti significati e valori potenzialmente diversi." La Sylvester propone il "world travelling", un'immagine di femminismo che viaggia per il mondo : il viaggio o la viaggiatrice, sono figure che permettono un metodo conoscitivo che attraversi i confini, le frontiere delle esperienze, delle concezioni del sé e dell'altro. Questa figura non dice che non è più necessario indagare la differenza, ma suggerisce che l'analisi di questa deve avvenire in termini diversi e più complessi. La Braidotti ci propone la figurazione, ossia l'elaborazione politica di una soggettività alternativa, del soggetto nomade come rappresentazione teorica più rispondente alla soggettività contemporanea: un soggetto che ha attraversato la crisi del pensiero postmoderno per assumerne la complessità. La Braidotti ci propone di evocare un'immagine del soggetto femminile-femminista usando un'immagine simile a quella della viaggiatrice : la figurazione del/della nomade o quella del/della poliglotta ; entrambe rimandano ad una persona in transito tra i paesi e le lingue, che non possiede un riferimento unico tramite il quale avere accesso privilegiato ad un simbolico, ma è in grado di guardare con scetticismo alle identità fissate una volta per tutte. Rimanda l'idea di un'identità basata sulla contingenza più che sulla stabilità. Propone una coscienza femminista nomade, che riunisca in sé tratti che sono considerati contraddittori, superi le opposizioni dualistiche e tenti di ripensare il soggetto. "Le generalizzazioni sulle donne andrebbero sostituite con un interesse per, e una responsabilità verso le differenze fra le donne." Affinché possa dare espressione al desiderio delle donne di affermare e rappresentare varie soggettività, la riflessione femminista deve tenere in considerazione i seguenti livelli di differenza : 1) differenza uomo/donna ; 2) differenze fra le donne ; 3) differenze all'interno della stessa donna. Tale distinzione non deve intendersi come una disposizione gerarchica, ma come scelta di esplicitare aspetti differenti di uno stesso fenomeno complesso. La differenza sessuale diventa dunque una, ma non la sola differenza che una donna sperimenta ; il concetto di soggettività che ne consegue deve dar conto di una serie di variabili che caratterizzano l'esistenza di tutti e tutte : oltre a quella di genere, la razza, la classe sociale, le scelte sessuali, lo stile di vita, ecc. Il soggetto donna così delineato è il luogo di una serie di esperienze multiple, complesse e potenzialmente contraddittorie. Per la Braidotti l'identità gode di un rapporto privilegiato con i processi inconsci, la soggettività politica è, invece, una posizione conscia e volontaria. Definisce "femminismo quel movimento che lotta per cambiare i valori attribuiti alle donne e le loro rappresentazioni (la donna) scaturite dal tempo lungo della storia patriarcale, ma anche dal tempo profondo dell'identità di ognuna. Il progetto femminista, in altre parole, abbraccia sia il livello della soggettività, nel senso dell'agire storico e del processo di acquisizione di diritti politici e sociali, sia il livello dell'identità legato alla coscienza, al desiderio e alla politica del personale. Esso copre sia il livello conscio che quello inconscio." Anche Teresa De Lauretis evidenzia i limiti dell'utilizzo di "genere" inteso come differenza sessuale. Ponendo la questione in questi termini il pensiero femminista rimane vincolato ai termini dello stesso patriarcato occidentale, rinchiuso all'interno del quadro di opposizione. Allo stesso tempo, universalizzando l'opposizione di sesso, rende molto difficile articolare le differenze fra le donne e a maggior ragione quelle interne a ciascuna donna. Ribadisce anch'essa la necessità di pensare al soggetto come costituito nel genere, ma non dalla sola differenza sessuale, bensì mediante i linguaggi e le rappresentazioni culturali ; "un soggetto inaugurato nel vissuto delle relazioni di razza e di classe, oltreché di sesso ; un soggetto quindi non unificato ma multiplo, non solo diviso ma anche contraddetto". Qualsiasi concezione di genere deve dunque dar conto di questa complessità. La De Lauretis propone una lettura del "genere" prendendo spunto dalla teoria della sessualità come "tecnologia del sesso" di Foucoult per affermare che venga considerato il prodotto di varie tecnologie : "il genere come la sessualità, non è una proprietà dei corpi o qualcosa che esiste in origine negli esseri umani, bensì l'insieme degli effetti prodotti nei corpi, nei comportamenti e nelle relazioni sociali, dallo spiegamento di una complessa tecnologia politica." Il soggetto che emerge dai recenti dibattiti femministi, sempre secondo la De Lauretis è allo stesso tempo interno ed esterno all'ideologia di genere e ne è consapevole ; si tratta di un movimento caratteristico del soggetto femminista "alterno, un andirivieni tra la rappresentazione del genere (nel suo quadro di riferimento androcentrico) e ciò che la rappresentazione esclude, o meglio, rende irrappresentabile. E' un movimento tra lo spazio discorsivo (rappresentato) dalle posizioni che ci offrono i discorsi egemoni e il fuori campo, l'altrove di questi discorsi : quegli altri spazi discorsivi e sociali che esistono, dacché le pratiche femministe li hanno ricostruiti, in margine o "tra le righe" dei discorsi egemoni e negli interstizi delle istituzioni, nelle contro-pratiche e in nuove forme di rapporti sociali. Questi due tipi di spazio non sono in contraddizione...ma coesistono, concomitanti e in contraddizione...è la tensione della contraddizione, della molteplicità e dell'eteronomia." Abitare entrambi gli spazi allo stesso tempo, suggerisce l'autrice, è la contraddizione qui ed ora del femminismo. Adriana Cavarero, nella prefazione all'edizione italiana del libro di Judith Butler, "Corpi che contano", sottolineando nel femminismo americano "l'inevitabile" dialogo tra le posizioni femministe e quelle che si articolano intorno alle soggettività lesbiche, gay e multirazziali, afferma che il "risultato consiste in un contaminarsi delle identità che diventano multiple e transitano continuamente l'una nell'altra, problematizzandosi e sostenendosi a vicenda. " La Butler sostiene che l'ordine simbolico e perciò i codici sociali devono il loro assetto alla centralità del paradigma eterosessuale. L'egemonia maschilista è dovuta all'egemonia eterosessuale che stabilisce e rende stabili le posizioni sessuate rispetto a una norma e rigetta l'omosessualità nella sfera dell'abietto. Da questo punto di vista, dunque, la possibile alleanza tra la teoria femminista e quella lesbica si dovrebbe orientare nell'individuare il paradigma eterosessuale come il potente apparato simbolico che ha determinato, da un lato, il dominio del maschile nella relazione gerarchica fra i sessi e, dall'altro, l'abiezione della lesbica. La Butler propone di guardare al "sesso" con lo stesso sguardo critico che ha caratterizzato il genere. In questo modo il sesso stesso nella sua materialità corporea è costruito come una norma dalla capacità performativa del discorso. Poiché la forza della norma risiede nella continua ripetizione e citazione che ne conferma l'autorità, anche l'itinerario che ci propone questa autrice segue la legge della ripetizione, ma trasformandola in mimesi e parodia per dissolverne gli effetti di stabilità. Destabilizzando in questo modo la norma si offrono al desiderio una varietà di identificazioni possibili.


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